Rifiuti urbani, il Sud paga la TARI più alta: 90 euro in più rispetto al Nord
Differenze territoriali, carenza di impianti e frammentazione gestionale continuano a pesare sulle tariffe del servizio rifiuti, mentre il riciclo cresce ma resta lontano dagli obiettivi europei
28 MAGGIO 2026
La gestione dei rifiuti urbani in Italia continua a mostrare forti squilibri territoriali. Secondo il Green Book 2026, promosso da Utilitalia e curato dalla Fondazione Utilitatis, il Mezzogiorno registra i costi Tari più elevati del Paese: nel 2025 una famiglia tipo di tre persone in un’abitazione di 100 metri quadrati ha pagato mediamente 378 euro, contro i 288 euro del Nord e i 358 euro del Centro.
Raccolta differenziata in crescita, ma resta il deficit impiantistico
Il rapporto evidenzia come il sistema italiano stia migliorando sul fronte della raccolta differenziata e del riciclo, ma continui a soffrire un forte deficit impiantistico, soprattutto nel Sud e nelle Isole. Nel 2024 la produzione nazionale di rifiuti urbani ha superato i
29,9 milioni di tonnellate, con una raccolta differenziata salita al
68% e un tasso di riciclo arrivato al
52%, ancora distante dall’obiettivo europeo del
65% entro il 2035.
Tra le principali criticità pesa la carenza di impianti per il trattamento della frazione organica e dell’indifferenziato residuo. A incidere sui costi vi è anche la frammentazione gestionale: nel Centro-Sud prevalgono infatti gestioni di dimensione comunale, mentre risultano ancora limitati i grandi operatori industriali capaci di garantire economie di scala e chiusura del ciclo.
Termovalorizzatori ed ETS: il nodo dei costi futuri
Secondo il presidente di Utilitalia,
Luca Dal Fabbro, i termovalorizzatori restano “essenziali per la chiusura del ciclo”, poiché consentono di trattare i materiali non riciclabili e recuperare energia senza ostacolare la raccolta differenziata.
Preoccupano inoltre i possibili effetti dell’estensione del sistema europeo ETS agli impianti waste to energy dal 2028: secondo le stime di Utilitalia, il carbon pricing potrebbe generare fino a
350 milioni di euro annui di costi aggiuntivi, con un impatto tariffario stimato fino a
45 euro per tonnellata.